Il palamito

Accessori per il palamito

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palamito pronto

Palamito completo con coffa tonda e striscia aggancia ami

50 o 100 ami misura n. 15 del tipo 2315

Lenza madre in monofilo misura 0,80

Braccioli ogni 4,5 m circa misura 0,35

I pescatori di una volta che avevano adottato la tecnica del palamito a vela per pescare, sfruttavano il vento per orientare la vela un po’ alla maniera di una “vera” barca a vela. Oggi questo attrezzo  essenzialmente un palamito trainato da terra per le sue ottime capacità di resa, ma in passato veniva usato dalla barca e quindi calato in mare aperto. Contemporaneamente potevano essere manovrati addirittura due o tre palamiti. Certamente la capacità e l’esperienza del pescatore erano essenziali perchè sia l’ingombro, sia la difficoltà a manovrare le vele, rendeva l’uscita in mare abbastanza difficoltosa, nonchè faticosa. Il palamito a vela è un attrezzo che offre l’opportunità di eccellenti ed appaganti risultati semplicemente guidando dalla riva la vela che trasporta lontano le esche; così facendo, si evita l’uso del mezzo per eccellenza di questa tecnica: la barca. L’importante, come vedremo, è la costruzione della “barchetta” unita ad una particolare attenzione che dovremo porre al traffico in mare, solcato spesso dai natanti. Il rischio è proprio che il filo resti impigliato nelle eliche di qualche barca di passaggio. E’ bene, quindi, recarsi in zone poco frequentate, anche se -occorre considerare- che questa tecnica viene praticata prevalentemente di notte. Indispensabile, quindi, inserire sulla vela una piccola fonte luminosa che ci segnali dove sta andando l’attrezzo e al contempo, serva da luce di avvistamento per eventuali imbarcazioni di passaggio. Basterà collegare una piccola lampadina ad una pila da 1,5 volts.

A pesca tutto l’anno
Il palamito a vela si può calare in tutte le stagioni, anche se l’estate è il periodo più piacevole sia per le prove (durante le vacanze), sia per il clima favorevole. Il filo madre, con la sua tensione (più o meno forte) ci comunicherà quando e quanti pesci hanno abboccato; a quel punto converrà tirare a terra, altrimenti è consigliabile lasciarlo in mare ancora un po’. Le esche migliori per armare il palamito sono quelle più appetibili ai pesci del sottocosta, vale a dire la patella, il fasolare, il gamberetto, la cozza e il cannolicchio; tutte ottimi, ma allo stesso tempo delicate e ahimè attaccate anche dalla minutaglia. Quando questa “accozzaglia” di pescetti si farà più insistente, conviene cambiare la tipologia delle esche. In ogni caso, il cambio conviene farlo in occasione dell’ultima calata, quando poi lasceremo il palamito a lavorare tutta la notte, fino al mattino seguente. Un’esca piuttosto resistente anche se meno “ghiotta” è ad esempio l’oloturia. Se avete deciso di lasciare il palamito la notte per salparlo al mattino, vi consiglio di legare il filo madre ad un solido paletto; la mattina potrebbero esserci delle belle sorprese nelle vesti di saraghi, occhiate e udite udite, anche orate, particolarmente attratte dal gusto di una fresca oloturia. Sempre al mattino, conviene avere con noi un po’ di esche perchè, se il momento è propizio, conviene approfittarne.

La costruzione della “barchetta”
Si prendono tre listelli di legno leggero lunghi 70 centimetri, larghi 7, di spessore 2; tagliamo a squadra gli angoli e componiamo un triangolo equilatero unendo le punte e quindi fermandole con colla e ganci ad occhiello che permetteranno di tenere fermi i tiranti della vela. Un altro listello di egual spessore, ma un po’ più corto, servirà da traversa e si sistemerà parallelamente a un lato del triangolo. Sulla traversa inseriremo la velatura, costituita da un tondino in legno di 70 centimetri di altezza e di 15 millimetri di diametro, al quale si uniranno, perpendicolarmente altri due tondini in legno di 9 millimetri di diametro e 70 centimetri di lunghezza che serviranno di supporto alla vela, mantenendo una distanza di 50 centimetri l’uno, dall’altro. Si procede legando saldamente con del filo appropriato e resistente, i tondini all’albero aumentando così la stabilità della vela. Con vento teso potremmo tenere in parte la vela ripiegata, con vento leggero completamente dispiegata. Procediamo legando i tre tiranti che servono di rinforzo alla vela ai due ganci ad occhiello e ad un altro che aggiungeremo a prua della barchetta. Quindi disporremo alle punte del triangolo, tre pezzi di sughero sagomati di 60 cm di altezza in modo di aumentare il galleggiamento. Infine, per tenere il filo del palamito legato, va aggiunto un gancio ad occhiello al centro del listello di fondo; usare poi un moschettone.

Strategia di pesca
La barchetta si può ribaltare in mare poichè non siamo in grado di vedere il movimento delle onde dalla riva. Per ovviare a questo spiacevole inconveniente si può adottare un piccolo accorgimento che le permetterà di mantenersi il meglio possibile bilanciata. A metà della traversa occorre legare con un filo piuttosto corto, una zavorra di un chilo (aumentabile o diminuibile a seconda delle esigenze del momento) circa e quindi lasciarlo andare in mare. Il peso aiuterà a stabilizzare tutta la costruzione. Riguardo la vela, essa sarà di tessuto impermeabile di 60 centimetri di base per 70 di altezza (i 10 centimetri in più servono per giostrare la piegatura della vela a seconda del vento.

DI FONDO: detto anche “a pelo”, pesca adagiato sul fondo alla ricerca di orate, mormore, gallinelle, sogliole, rombi, tordi, paraghi, saraghi, spigole, sugarelli; innescato prevalentemente con oloturia, granchio, tellina, seppia, totano, sarda, muriddu, ecc.
DI SUPERFICIE: galleggiante, viene posizionato entro i primi metri dalla superficie per insidiare lampughe, palamite, sgombri, sugarelli, boghe, occhiate spigole, aguglie… innescato con seppia, totano, muriddu, tremolina, arenicola, ecc..
A VELA: è generalmente un palamito di tipo galleggiante che si “lancia” dalla riva sfruttando il vento di terra, grazie ad un piccolo natante di varie forme e grandezze. Adatto a tutti i tipi di fondale è diretto alla cattura di occhiate, saraghi, sugarelli, spigole, boghe, aguglie. Può essere dotato sul trave di appositi sugheri (uno per ogni finale)che servono per fermare gli ami quando viene avvolto su una bobina rotonda.
A FESTONI: degrada verso la superficie con partenza dal fondo. L’uso appropriato di piombature e galleggianti lo stacca verso la superficie e lo riporta sul fondo, anche ripetutamente per un fondale misto.
A BANDIERA: parte generalmente dal fondo e termina in prossimità della superficie, dando modo alle esche di esplorare tutte le profondità e di insidiare sia i pesci di fondo che quelli di superficie.
MAZZERA (mazzerino): palamito costruito per pescare sollevato dal fondo, usato in presenza di alghe per rendere visibile l’esca, e su fondali rocciosi per diminuire le possibilità di incaglio.
DENTICIARA: è il palamito diretto alla cattura di prede di fondale, quali dentici, cernie, razze, spigole, gronghi, murene, ecc.. Usa nylon di grosso diametro (100-120) con ami del n° 8/10 posizionati a distanza di 6-8 metri su fondali di tipo misto. Viene innescato regolarmente con boghe, castagnole, piccoli cefali, sarda ecc.

Il palamito viene in genere calato la sera e salpato al mattino successivo ma non è un imperativo, infatti alcune specie vengono pescate durante il giorno. Con questa tecnica si insidiano vari tipi di pesce, da piccoli come le aguglie a grandi come tonni e pesci spada. Come tutti gli attrezzi ed i sistemi di pesca ha diverse denominazioni dialettali:”conzo” e “cuonzo” è tipica del meridione d’Italia, “palamito” è usato perlopiù dalle marinerie liguri e toscane. La denominazione ufficiale italiana è “palangaro”. Una volta il palamito dopo ogni cala veniva disteso sulla spiaggia per eliminare gli eventuali imbrogli e sostituire gli ami mancanti, e poi ridisposto ordinatamente nel suo contenitore tondo o quadrato a seconda delle marinerie, noto come coffa, nome che viene anche impropriamente usato per definire l’intero palamito). Il palamito può essere fisso se è ancorato al fondo e derivante se è libero di seguire le correnti. Le prede più pregiate dei palamiti costieri sono rappresentate da spigole, orate, saraghi e specie simili. Si può dire che è possibile approntare un palamito per ogni tipo di pesce che abbocchi agli ami ed infatti ve ne sono un’infinita di tipi locali (denticiara, camace, ecc..) ognuna dei quali adatta per la cattura di un dato tipo di pesce.

Palamito, parangale, conzo, coffa sono denominazioni regionali per lo stesso attrezzo: una lenza principale chiamata “madre” o “trave” cui, ad intervalli regolari, sono collegati spezzoni di lenza più corti, “braccioli”, ognuno dotato di un amo.

Diametro della madre e dei braccioli, intervalli di distribuzione dei braccioli sulla madre, dimensione degli ami utilizzati, scelta dell’esca e del momento di calata e salpata sono le variabili che permettono di indirizzare l’attività di pesca alla specie desiderata con una certa selettività, dai piccoli sparidi di fondale ai grandi pelagici di superficie.

È un attrezzo diffuso in tutto il mondo e, rispetto ad altre tecniche di pesca, “relativamente recente”: si ritiene infatti abbia avuto origine in Catalogna nel 1700, e da qui si sia rapidamente diffuso nel resto d’ Europa e nel mondo.

Tecnica innovativa e modernissima per l’ epoca, al punto che la sua diffusione nelle comunità costiere norvegesi incontrò la ferma opposizione del clero locale che riteneva il suo (per l’ epoca) elevato potenziale di pesca “corruttore” della moralità delle masse.

A seconda della/e specie bersaglio (dal piccolo sparide al grande pelagico – pesce spada o tonno -) viene calato a fondale o, grazie ad un’ opportuna distribuzione di galleggianti e pesi mezz’ acqua, o addirittura in superficie. Oggigiorno perlopiù viene salpato meccanicamente, con l’ ausilio di appositi macchinari, più o meno complessi.

In alcune marinerie del nordatlantico vengono utilizzate macchine particolari che svolgono autonomamente ed in automatico le operazioni di innesco, calata, salpata, slamatura dei pesci, pulizia degli ami dall’ esca residua, ed immagazzinaggio. In Scandinavia (Norvegia in particolare) piccole barche (10mt in media) calano a merluzzi dai 10mila ai 25mila ami al giorno, utilizzando perlopiù il sistema “miniline” della Mustad.

L’uso del palamito è consentito anche al pescatore sportivo purché il numero di ami non sia superiore a 200. La pesca al pesce spada con il palamito derivante di superficie è interdetta al pescatore sportivo.